steve mccurry

“Una buona fotografia è quella che ti fermi a guardare per più di un secondo.” – Steve McCurry

Steve McCurry è uno dei fotografi contemporanei più iconici, famosissimo per il suo ritratto “La ragazza afghana”, per i colori saturi delle sue fotografia e la straordinaria capacità di raccontare storie attraverso un solo sguardo. Il suo stile ha ridefinito la fotografia documentaria e di viaggio introducendo un nuovo modo di documentare il mondo sopratutto attraverso il ritratto.

Nasce a Filadelfia (Pennsylvania) nel 1950.
Si laurea alla Pennsylvania State University in cinema e teatro.La svolta verso la sua carriera da fotografo arriva quando comincia a scattare fotografie per il giornale universitario. Dopo la laurea, viaggia in India con poco equipaggiamento e una grande curiosità: qui inizia a sviluppare il suo linguaggio fotografico personale, ispirato da Henri Cartier-Bresson, ma con un uso diverso del colore che diventa una parte caretterizzante il suo stile fotografico.

Il vero scatto verso la sua fama mondiale arriva quando  si intrufola illegalmente in Afghanistan vestito da pastore, poco prima dell’invasione sovietica del 1979. Esce con rotoli di pellicola cuciti nei vestiti e nelle scarpe, contenenti le prime immagini del conflitto afgano che faranno il giro del mondo. Da questa esperienza nasce il ritratto più iconico della sua produzione entrato nella storia della fotografia : “La ragazza afghana”.

Nel 1984, in un campo profughi di Nasir Bagh (Pakistan), McCurry incontra una ragazza dai tratti intensi, lo sguardo penetrante, il volto segnato dalla fuga. Si chiama Sharbat Gula.
La sua fotografia diventa la copertina più celebre della rivista National Geographic, dove viene pubblicata nel giugno 1985. È un’icona dell’umanità, della guerra, della speranza e della vulnerabilità. Ma nessuno conosceva il suo nome.

Dopo 17 anni di mistero, McCurry riesce a rintracciarla grazie alla tecnologia dell’iride (biometria): vive ancora in Afghanistan, sposata, madre. La sua espressione è più dura, la bellezza trasformatasi in memoria.

Questa è un’immagine che ha travalicato la fotografia per diventare simbolo universale di guerra, bellezza, dignità e mistero.
E’ stata scattata con pellicola Kodachrome 64 e  fotocamera Nikon FM2.

Quando guardi questa foto, ti fermi. C’è uno sguardo che cattura e trattiene. È come se ti osservasse da dentro l’immagine, tra il silenzio e il rumore della storia.

Gli occhi verdi di Sharbat sono il punto focale assoluto. Sono leggermente asimmetrici, profondi, intensi. Comunicano paura, fierezza, diffidenza, ma anche resistenza silenziosa. Non è uno sguardo passivo: ti mette in discussione.

McCurry usa magistralmente il contrasto tra rosso e verde: il velo rosso, scolorito e lacerato, incornicia il volto, lo sfondo verde crea un’armonia cromatica vibrante e naturale. I toni terrosi della pelle si inseriscono tra questi colori primari creando un equilibrio visivo quasi pittorico. Colori che richiamano anche l’identità nazionale e la bandiera afgana.
Il volto è perfettamente centrato, ma non simmetrico.
Il taglio stretto isola la figura dal contesto, dando potenza all’identità e all’espressione.
Non ci sono elementi di distrazione: tutto converge sugli occhi.

Sharbat Gula era una orfana in un campo profughi, fuggita dall’Afghanistan in guerra contro l’invasione sovietica.
McCurry stava documentando le condizioni nei campi profughi pakistani quando l’ha incrociata in una scuola di un campo profughi ed è stato colpito dal suo sguardo.

La foto è diventata il volto simbolico dei rifugiati nel mondo, raccontando la guerra attraverso un singolo voltoanziché numeri o esplosioni.

Negli anni, la fotografia è stata anche oggetto di discussione critica: McCurry è stato accusato di idealizzare la sofferenza, di usare l’estetica per raccontare tragedie.
C’è chi ha visto nella foto un’espressione di “orientalismo visivo”: l’Occidente che guarda l’altro mondo come esotico e drammatico.
Tuttavia, la dignità dello sguardo di Sharbat ha sempre protetto l’immagine da una lettura puramente estetizzante.

steve mccurry

Molrissimi i paesi che Mc Curry ha visitato e fotografato , sempre attraverso i suoi abitanti, negli anni: Afghanistan (Il primo amore professionale. Le sue foto raccontano un paese ferito ma fiero. Conflitto, cultura, resilienza),  India (McCurry definisce l’India “una sinfonia di colori, caos e spiritualità”. Ha fotografato il Kumbh Mela, la vita nei templi, le stazioni affollate, le cerimonie induiste),  Tibet e Himalaya (Un mondo rarefatto, silenzioso, spirituale. I suoi scatti ai monaci buddisti, alle vesti color zafferano, ai volti assorti nella preghiera trasmettono quiete)  Africa e Sud-est asiatico (Villaggi remoti, guerre civili, ma anche riti tribali, feste popolari, sguardi di bambini).

 

Lo stile di Steve McCurryè semplice e allo stesso tempo di’impatto. Io lo definisco spesso un fotografo mainstream perchè è capace di colpire tutti.

Usa il colore non come decorazione, ma come elemento narrativo. Predilige luce naturale, contrasti forti e saturazioni intense, spesso ottenute con la mitica pellicola Kodachrome 64.

Ogni volto è legato al suo contesto: un uomo nel deserto, una donna in un tempio, un bambino tra le rovine.

La composizione è attenta, mai forzata, spesso attende a lungo prima di scattare: “Aspetto finché la storia entra nella mia inquadratura”.

L’occhio di McCurry non è caotico: lavora su linee, diagonali, cornici naturali. Ogni immagine ha un equilibrio dinamico. Posiziona sempre l’occhio dominante al centro e su una linea di forza.

Aneddoti, curiosità e retroscena

  •  L’ultimo rullino Kodachrome: la Kodak gli ha affidato nel 2010 l’ultimo rullino mai prodotto. Ne ha tratto una serie finale di 36 scatti, tra cui un autoritratto in un vecchio specchio.

  •  Il suo equipaggiamento: prediligeva corpi Nikon con lenti luminose. Oggi alterna digitale e analogico.

  •  Fotografo di guerra “riluttante”: ha detto di aver fotografato i conflitti non per mostrare la violenza, ma la resistenza e l’umanità tra le macerie.

  •  Documentari: protagonista di The Last Roll of Kodachrome, McCurry: The Pursuit of Colour, dove racconta la sua filosofia visiva.

 Libri 

  1. “The Iconic Photographs” – Antologia dei suoi scatti più famosi.

  2. “Afghanistan” – Una narrazione profonda del Paese.

  3. “India” – Colorato, intenso, spirituale.

  4. “Untold” – Le storie dietro le fotografie.

  5. “Stories & Dreams” (con il contributo di Paul Theroux) – Un viaggio narrativo e visivo.

Il suo legame con l’Italia

Ha vissuto per periodi lunghi in Italia, che ama profondamente.

Ha esposto in musei e spazi come: Palazzo Reale (Milano),Palazzo Ducale (Genova),Mudec (Milano).

Ha spesso fotografato anche la Sicilia, Venezia, i riti religiosi italiani.

È rappresentato in Italia da Sudest57, agenzia che cura le sue mostre e pubblicazioni.

Citazioni 

“Le fotografie possono superare il linguaggio, i confini, la cultura.”
“Nel caos trovi la composizione, nella guerra trovi la pace, negli occhi trovi la verità.”
“Se sai aspettare, la gente si dimentica della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto.”
“Una buona fotografia racconta una storia, rivela un luogo, un evento, uno stato d’animo.”
“Non cerco fotografie perfette. Cerco immagini vere.”
“Il fotografo deve essere invisibile. Più sparisci, più gli altri si mostrano.”
“La fotografia è silenzio, osservazione, attesa. Ma anche intuizione.”
“Non puoi costruire uno scatto. Devi trovarti nel posto giusto, al momento giusto, con gli occhi aperti.”
“Viaggiare ti cambia. Ti rende più umile, più curioso, e più attento a ciò che davvero conta.”
“Quando sei in un luogo nuovo, guardi tutto con occhi nuovi. È lì che nasce la fotografia.”

Nonostante provenga dall’epoca della pellicola, McCurry è riuscito a rinnovarsi e parlare al pubblico giovane. Su Instagram (@stevemccurryofficial) pubblica regolarmente scatti iconici e nuovi, con caption poetiche o racconti brevi.

Ha oltre 3 milioni di follower: è un raro esempio di fotografo d’autore che ha saputo mantenere autenticità e successo commerciale.