Phnom Penh è spesso considerata solo una tappa obbligata di passaggio tra i templi di Angkor e le isole del sud, ma in realtà è una città complessa, magnetica e in rapidissima trasformazione. È un luogo di forti contrasti, dove i grattacieli moderni e i caffè hipster convivono con i mercati tradizionali e i lasciti della storia recente. Per capire la Cambogia di oggi, bisogna passare da qui.
Se devo essere onesta la capitale non mi è piaciuta. L’ho trovata anonima, con poca personalità e trafficata come tutte le altre capitali asiatiche del resto.
Però è una tappa che assolutamente rifarei e consiglio perchè qui si capisce tanto della storia del paese e di come si sta sviluppando.
1.Wat Phnom: la leggenda di Lady Penh e la nascita della città
Situata nella zona nord del centro città, la pagoda di Wat Phnom sorge sulla sommità di una collina artificiale alta circa 27 metri, immersa in un parco alberato dove i locali amano rilassarsi e dove non è raro incontrare piccoli gruppi di scimmie che si muovono tra le fronde. Questo tempio non è solo un bellissimo luogo di culto, ma è il vero e proprio punto di nascita mitologico della capitale cambogiana.
La leggenda narra infatti che nel 1372 una ricca vedova di nome Lady Penh (chiamata Daun Penh in lingua locale) stesse passeggiando lungo le rive del fiume Mekong quando notò un grande albero galleggiante bloccato sulla sponda. All’interno del tronco cavo, la donna scoprì con stupore quattro statue di bronzo del Buddha e una statua in pietra della divinità Vishnu. Considerandolo un segno divino, Lady Penh radunò gli abitanti del villaggio per edificare una collina artificiale (phnom) e costruirvi sopra un santuario in legno per custodire le reliquie. Il villaggio circostante prese così il nome di Phnom Penh, ovvero “la collina di Penh”, trasformandosi nei secoli successivi nella splendida capitale che conosciamo oggi.
L’accesso alla pagoda avviene salendo una grande scalinata monumentale decorata con statue di Naga (i mitici serpenti custodi delle acque) e leoni in pietra. Il fulcro del sito è l’elegante vihara centrale, il santuario principale più volte ricostruito nel corso dei secoli che ospita un grande Buddha seduto circondato da splendidi murales che raccontano storie tradizionali ed epiche.
Subito dietro il tempio principale noterete un enorme ed imponente stupa in pietra grigia risalente al XV secolo, che custodisce al suo interno le ceneri del re Ponhea Yat, il sovrano che trasferì ufficialmente la capitale dell’impero khmer da Angkor a Phnom Penh. Poco distante si trova anche un piccolo tempio dedicato espressamente allo spirito di Lady Penh, dove la gente del posto si reca quotidianamente a bruciare incensi, offrire fiori di loto freschi e frutta per chiedere protezione, buona fortuna e successo negli affari o negli studi.
Proprio intorno alla statua di Lady Penh e alle altre divinità del complesso si concentra una delle abitudini più curiose per un occhio occidentale. Accanto ai tradizionali fiori di loto, i fedeli accumulano offerte decisamente “moderne”: pile di lattine di Coca-Cola, Fanta, energy drink, caffè freddo, frutta sciroppata e persino interi piatti di maiale arrosto. Secondo la credenza popolare, lo spirito di Lady Penh apprezza i sapori dolci e i cibi ricchi, e viziarla aumenta le possibilità che la preghiera venga esaudita. Molti devoti (specialmente studenti prima di un esame o commercianti prima di un affare) stringono un vero e proprio “patto” con la statua, promettendole un maialino intero o un banchetto sontuoso solo a patto che il desiderio si avveri. Un’altra particolarità salta all’occhio osservando i soldi lasciati in offerta: i fedeli tendono a incastrare le banconote (Riel o dollari) direttamente tra le mani delle statue o sotto le loro vesti, cercando un contatto fisico e un legame più diretto con lo spirito protettore.
In particolare, ai piedi della statua di Lady Penh troverete trucchi e profumi perchè possa rimanere bella in eternità.
Orari e biglietto: Il tempio è aperto tutti i giorni dalle 7:00 alle 19:00. L’ingresso per i turisti stranieri costa appena un dollaro (la biglietteria si trova alla base della scalinata principale).
Abbigliamento: Anche per salire a Wat Phnom, trattandosi di un luogo di culto tuttora molto frequentato dai fedeli, è richiesto un abbigliamento rispettoso con spalle e ginocchia coperte.
2. Sisowath Quay: il cuore pulsante del lungofiume
Conosciuto semplicemente come “il Riverside”, Sisowath Quay è un viale lungo circa tre chilometri che costeggia la sponda occidentale del fiume Tonle Sap, proprio nel punto in cui si unisce all’immenso corso del Mekong. Questo ampio lungofiume pedonale, punteggiato da alte palme e bandiere colorate, rappresenta la vera anima sociale di Phnom Penh e il luogo migliore per osservare spaccati di vita quotidiana locale a qualsiasi ora del giorno.
Il Riverside cambia pelle drasticamente a seconda dell’orario. All’alba si riempie di anziani che fanno tai chi e camminatori che approfittano delle ore più fresche. Durante le ore centrali della giornata la passeggiata si svuota a causa del caldo torrido, per poi esplodere di vita a partire dalle 17:00. È al tramonto che Sisowath Quay dà il meglio di sé: centinaia di locali si riversano qui per fare jogging, giocare a sey (il volano cambogiano calciato con i piedi) o partecipare alle affollate e rumorose sessioni di aerobica di gruppo all’aperto, aperte a chiunque voglia unirsi pagando pochi spiccioli all’istruttore con la cassa della musica.
Una delle esperienze più classiche consiste nell’imbarcarsi su una delle tante imbarcazioni in legno a due piani ormeggiate lungo la banchina. Per circa 5-10 dollari, queste barche offrono un giro di un’ora sul fiume proprio mentre il sole cala dietro lo skyline cittadino, regalando una prospettiva unica sul Palazzo Reale illuminato. Onestamente però non è una crociera imperdibile perchè lo skyline non ha nulla di particolare, la navigazione è molto lenta e breve e forse l’unica cosa che merita davvero è il tramonto se avete la fortuna di vederne uno super colorato.
Camminando lungo il viale vi imbatterete in piccoli altari e tempietti improvvisati all’aperto, come il frequentatissimo Preah Ang Dorngkeu, situato proprio di fronte al Palazzo Reale. Qui i devoti locali si fermano a bruciare incensi, offrire fiori di loto e liberare piccoli uccellini in gabbia.
La vera forza di Sisowath Quay sta anche nei blocchi di edifici storici in stile coloniale francese che si affacciano sulla strada. Mentre il fronte principale è dominato da pub occidentali, pizzerie e agenzie di viaggio, basta infilarsi nei vicoli perpendicolari (come la Street 172 o la Street 130) per scoprire gallerie d’arte indipendenti, piccoli mercati rionali e bar con terrazze nascoste al secondo piano.
Dal punto di vista logistico, Sisowath Quay è un ottimo punto di partenza per esplorare la città perché permette di raggiungere a piedi il Palazzo Reale, il Museo Nazionale e il Wat Phnom. Essendo una zona molto turistica e affollata, specialmente dopo il tramonto, è fondamentale prestare un minimo di attenzione ai borseggiatori: evitate di tenere lo smartphone o la macchina fotografica troppo esposti sul bordo della strada per non rischiare furti con strappo da parte di passeggeri a bordo di scooter in corsa.
3.Il Palazzo Reale e la Pagoda d’Argento
Costruito nel 1866 sotto il regno di Re Norodom, il complesso del Palazzo Reale è uno dei simboli architettonici più importanti della Cambogia. Si tratta di un’area monumentale ancora in uso — la sezione nord è la residenza ufficiale dell’attuale sovrano Sihamoni e non è accessibile — ma la parte aperta al pubblico offre uno spaccato incredibile della sontuosità e dei simbolismi della cultura khmer.
Visitatelo al mattino all’orario di apertura per evitare autobus di turisti e ammirarlo in tutto il suo splendore e quiete. Solitamente gli orari sono 8:00 – 11:00 e 14:00 – 17:00 con variabili legate a visite diplomatiche (chiedete all’hotel di verificare).
La visita si divide principalmente in due grandi aree collegate tra loro:
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La Sala del Trono (Preah Thineang Deva Vinnichay): È l’edificio principale che noterete appena entrati, sormontato da una guglia sacra (prasat) alta 59 metri. Viene utilizzato ancora oggi per le incoronazioni e le cerimonie ufficiali. All’interno si possono ammirare i troni reali e i soffitti affrescati, ma ricordate che è possibile guardare solo dall’esterno o dalle porte d’accesso, senza entrare fisicamente.
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La Pagoda d’Argento (Wat Preah Keo Morakot): Situata in un cortile adiacente a sud del complesso principale, è nota in tutto il mondo per il suo pavimento unico, composto da oltre 5.000 piastrelle d’argento massiccio che pesano circa un chilo ciascuna. Gran parte del pavimento è protetta da tappeti per preservarla, ma vicino all’ingresso è possibile calpestare e osservare l’argento originale. Al suo interno custodisce tesori nazionali inestimabili, tra cui un Buddha in cristallo di Baccarat del XVII secolo e un Buddha d’oro a grandezza naturale, tempestato di oltre 9.500 diamanti.
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I Chiostri e i Murales: Il cortile che circonda la Pagoda d’Argento è delimitato da porticati coperti che ospitano una serie di affreschi monumentali. Rappresentano la versione khmer del poema epico indiano Ramayana (il Reamker) e, sebbene parzialmente danneggiati dal tempo, sono di un’accuratezza visiva pazzesca.
Trattandosi di un luogo sacro e di una residenza reale, le regole sono rigidissime. È obbligatorio avere spalle e ginocchia coperte. Evitate canottiere o magliette troppo scollate; a differenza di altri templi, qui spesso non basta coprirsi all’ultimo minuto con un sarong o uno scialle comprato all’ingresso, quindi arrivate già vestiti in modo adeguato.
All’interno della Sala del Trono e della Pagoda d’Argento è tassativamente vietato scattare fotografie o fare video. Inoltre, prima di accedere alla Pagoda d’Argento, dovrete togliere le scarpe e lasciarle sugli appositi scaffali esterni.
4. Museo Nazionale
Situato proprio accanto al Palazzo Reale, il Museo Nazionale è un luogo spettacolare fin dal primo impatto visivo. L’edificio stesso è un’opera d’arte: una maestosa struttura in arenaria rossa costruita tra il 1917 e il 1920 in stile tradizionale khmer, con tetti spioventi e guglie slanciate, circondata da un cortile interno con giardini curati e vasche piene di fiori di loto.
Al suo interno è custodita la più grande collezione al mondo di sculture khmer, con oltre 14.000 pezzi che coprono un arco temporale che va dalla preistoria al periodo successivo all’impero di Angkor.
Il percorso espositivo è organizzato in ordine cronologico all’interno di quattro grandi gallerie che si affacciano sul giardino centrale. Ecco i pezzi forti che valgono da soli il prezzo del biglietto:
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La statua di Jayavarman VII: È una delle sculture più iconiche di tutta la Cambogia. Ritrae il più grande re dell’impero di Angkor a grandezza naturale, seduto in posizione di meditazione con un’espressione di totale serenità e gli occhi socchiusi. La straordinaria plasticità della pietra trasmette una sensazione di pace magnetica.
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Il Vishnu colossale: Una monumentale scultura in bronzo dell’XI secolo che rappresenta il dio indù Vishnu parzialmente disteso. Anche se ne è rimasta intatta solo la parte superiore (la testa, le spalle e quattro braccia), le dimensioni e la maestria della fusione testimoniano l’altissimo livello tecnologico raggiunto dagli artigiani khmer.
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La collezione di Harihara: Splendide statue risalenti al periodo pre-angkoriano (VI-VIII secolo) che fondono in un unico corpo le divinità di Shiva e Vishnu, riconoscibili dai dettagli asimmetrici delle acconciature e degli abiti.
I cartellini espositivi accanto alle opere sono spesso essenziali e scritti solo in khmer e francese/inglese. Per godersi davvero la visita e capire la transizione dall’induismo al buddismo riflessa nell’arte, vi consiglio assolutamente di noleggiare l’audioguida ufficiale all’ingresso (disponibile anche in italiano).
Il museo non è dotato di aria condizionata centralizzata (ci sono grandi ventilatori per mantenere l’atmosfera autentica della struttura storica), quindi nelle ore centrali della giornata può fare molto caldo. Il giardino interno con le panchine vicino ai fiori di loto è il posto perfetto per fare una pausa all’ombra e rilassarsi a metà percorso.
5. I mercati di Phnom Penh
Per respirare la vera anima di Phnom Penh bisogna infilarsi nei suoi mercati storici. Non sono semplici luoghi di scambio commerciale, ma veri e propri spaccati culturali in cui perdersi tra i profumi delle spezie, i colori della frutta tropicale e l’inconfondibile frenesia asiatica. In città ce ne sono tre principali, ognuno con un’identità e un’atmosfera completamente diverse.
Il Central Market (Psar Thmei): l’icona Art Déco
Il Central Market è il mercato più famoso e fotografato della capitale, riconoscibile fin da lontano per la sua imponente struttura color ocra in stile Art Déco, costruita dai francesi nel 1937. Il cuore dell’edificio è dominato da un’immensa cupola centrale alta 26 metri che, grazie a un ingegnoso sistema di aperture, garantisce una ventilazione naturale costante, rendendo l’esplorazione piacevole anche nelle giornate più calde. Sotto questa cupola si concentrano i banchi di gioielli, orologi e antiquariato, mentre i quattro lunghi bracci che si diramano verso l’esterno ospitano abbigliamento, scarpe ed elettronica.
Il vero spettacolo si trova però sul lato ovest, nella sezione dedicata al mercato alimentare. Qui i lettori troveranno un labirinto di banchi che vendono pesce freschissimo, verdure sconosciute e carne. È anche il posto perfetto per un pranzo low-cost a base di autentico street food: cercate i banchi con i pentoloni fumanti per ordinare una Kuy Teav (la tradizionale zuppa di noodle) o i Lort Cha, i tipici spaghetti corti cambogiani saltati al momento nel wok con germogli di soia, uova ed erba cipollina.
Il Russian Market (Psar Tuol Tom Poung): il paradiso dello shopping selvaggio
Completamente diverso dal Central Market, il Mercato Russo deve il suo nome al fatto che negli anni ’80 era frequentato principalmente dai membri della comunità sovietica che vivevano in città. Esteticamente è un dedalo oscuro e labirintico coperto da tetti in lamiera, dove i corridoi sono strettissimi e la temperatura sale rapidamente, ma l’atmosfera è incredibilmente autentica.
Il Russian Market è la mecca assoluta per chi cerca souvenir da portare a casa: dalle sculture in legno e pietra ai tessuti in seta khmer, fino all’abbigliamento di marca a prezzi stracciati (molti grandi brand internazionali producono proprio nelle fabbriche tessili fuori Phnom Penh, e qui si trovano i capi in esubero o con piccoli difetti di produzione). Al centro del mercato si sviluppa un’area ristoro molto vivace e verace. Fermatevi a uno dei banchi per ordinare un Iced Coffee cambogiano (caffè forte corretto con latte condensato dolce e ghiaccio), il carburante perfetto per sopravvivere all’esplorazione.
Il Phnom Penh Night Market (Phnom Penh Night Market): l’atmosfera serale sul fiume
Se i primi due mercati danno il meglio di sé durante il giorno (chiudono intorno alle 17:00), il Night Market si accende solo a partire dal tardo pomeriggio (dalle 17:30 alle 23:00 circa) nel fine settimana, da venerdì a domenica. Situato nella zona nord del Riverside, è un mercato all’aperto frequentato sia da turisti sia da moltissimi giovani locali.
La parte centrale del mercato è occupata da un grande palco dove spesso si esibiscono cantanti locali, ma il vero motivo per venire qui è cenare. Intorno al palco ci sono decine di chioschi che preparano spiedini grigliati di ogni tipo, frutti di mare e dolci al cocco. La particolarità del posto? Una volta ordinato il cibo, ci si toglie le scarpe e ci si siede a mangiare sui grandi tappeti di paglia intrecciata stesi a terra al centro della piazza, condividendo lo spazio con le famiglie cambogiane in un’atmosfera rilassata e di festa.
6.Il Museo del Genocidio Tuol Sleng (S-21)
Questa è sicuramente un’attrazione poco piacevole, ma la sua visita è assolutamente necessaria se si vuole conoscere la storia del paese che si sta visitando.
Nel cuore di un tranquillo quartiere residenziale di Phnom Penh sorge un luogo che contrasta drammaticamente con la vivacità della città. Si tratta di Tuol Sleng, tristemente noto come S-21 (Security Office 21). Prima del 1975, questo complesso era una scuola superiore pubblica (la Tuol Svay Prey High School); con l’ascesa al potere del regime dei Khmer Rossi guidato da Pol Pot, le aule scolastiche vennero frettolosamente recintate con filo spinato elettrificato e trasformate nel più grande centro di detenzione, tortura e interrogatorio del Paese.
Si stima che tra queste mura siano passate più di 18.000 persone tra il 1975 e il 1979. Chi entrava a Tuol Sleng veniva registrato, fotografato e spogliato di ogni identità, per poi essere trasferito nei campi di sterminio di Choeung Ek (i Killing Fields) una volta estorta la confessione. Al momento della liberazione, i sopravvissuti accertati erano meno di dodici.
Il museo è composto da quattro blocchi principali in cemento (A, B, C e D) che si affacciano su un cortile centrale un tempo usato come area ricreativa dagli studenti.
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Blocco A: Ospita le grandi stanze in cui venivano tenuti prigionieri gli ex funzionari governativi o i prigionieri di alto profilo. Le stanze sono rimaste quasi intatte dal momento della liberazione: contengono solo una rete metallica per il letto, delle catene e le foto scioccanti scattate dai soldati vietnamiti che scoprirono il sito nel 1979.
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Blocco B e le gallerie fotografiche: I Khmer Rossi erano burocrati ossessivi e documentavano meticolosamente ogni prigioniero. In questo blocco sono esposte migliaia di foto in bianco e nero dei volti di uomini, donne e bambini reclusi. Gli sguardi dritti in camera di queste persone sono la parte emotivamente più intensa dell’intero percorso.
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Blocco C e le celle minuscole: Qui le vecchie aule vennero frammentate in minuscoli loculi grezzi fatti di mattoni o legno larghi appena un metro, dove i prigionieri venivano ammanettati a terra in totale isolamento. Le facciate esterne di questo blocco sono ancora avvolte da fitte reti di filo spinato, installate all’epoca per impedire ai detenuti di togliersi la vita saltando dai balconi.
Il biglietto d’ingresso include un’audioguida eccezionale (disponibile anche in italiano). Non si limita a spiegare i fatti storici, ma include le testimonianze dirette dei pochissimi sopravvissuti e persino delle ex guardie carcerarie, spesso adolescenti indottrinati dal regime. È indispensabile per dare un senso a ciò che state guardando, quindi pianificate almeno due o tre ore per la visita complessiva.
Spesso, vicino all’uscita del museo, è possibile incontrare di persona uno degli ultimi sopravvissuti rimasti in vita, come Chun Mey o Bou Meng, che si trovano lì per vendere i loro libri autobiografici. Scambiare anche solo un cenno di saluto con loro rende l’esperienza incredibilmente reale e tangibile.
Sul sito web trovate tutte le informazioni per la visita.
7. Choeung Ek: la memoria silenziosa dei Killing Fields
Se la prigione S-21 a Phnom Penh rappresenta il luogo dell’interrogatorio e della reclusione, il sito di Choeung Ek, situato a circa 15 chilometri a sud-ovest della capitale, ne è il tragico epilogo. Questo luogo, originariamente un tranquillo frutteto di alberi di longan e un cimitero cinese, divenne tra il 1975 e il 1979 il più tristemente noto dei circa trecento “campi della morte” distribuiti in tutta la Cambogia. Qui vennero giustiziate in segreto più di 17.000 persone, trasportate a bordo di camion nel cuore della notte direttamente dalle celle di Tuol Sleng.
Oggi Choeung Ek è un memoriale a cielo aperto che colpisce per il contrasto stridente tra la drammaticità della sua storia e la quiete naturale del paesaggio attuale, dominato dal canto degli uccelli e dal vento tra le foglie. La visita si svolge a piedi lungo un sentiero sterrato che si snoda intorno alle ex fosse comuni, guidati passo dopo passo da un’eccezionale audioguida.
Il percorso tocca diversi punti d’impatto profondo, come i resti delle baracche dove i prigionieri venivano ammassati nelle loro ultime ore e i canali di scolo dove venivano nascosti i corpi. Lungo i sentieri, specialmente durante la stagione delle piogge, è facile notare piccoli frammenti di stoffa o frammenti ossei che affiorano naturalmente dal terreno a causa dell’erosione del suolo; il personale del centro cammina regolarmente lungo i sentieri per raccoglierli e preservarli con cura all’interno di teche protettive. Uno dei punti emotivamente più devastanti del sito è il cosiddetto Chankiri Tree (o Killing Tree), un grande albero monumentale che le guardie del regime utilizzavano per scopi atroci e che oggi è interamente ricoperto da migliaia di braccialetti colorati lasciati dai viaggiatori di tutto il mondo in segno di rispetto e preghiera.
Il fulcro visivo e spirituale del sito è la grande Pagoda Commemorativa, uno stupa buddista in stile classico khmer eretto nel 1988 che svetta al centro del parco. La struttura è stata progettata con ampie pareti in vetro trasparente che si sviluppano su ben diciassette livelli.
Al suo interno sono custoditi e catalogati, divisi per sesso ed età, gli oltre 8.000 teschi e i resti ossei delle vittime esumati dalle fosse comuni circostanti negli anni successivi alla caduta del regime. Molti dei teschi portano i segni evidenti delle esecuzioni, compiute dalle guardie non con armi da fuoco (le munizioni erano considerate troppo costose dal regime), ma utilizzando attrezzi agricoli, zappe, bastoni o le foglie taglienti delle palme da zucchero. La visita all’interno dello stupa, dove ci si toglie le scarpe in segno di rispetto, rappresenta l’atto finale del percorso: un momento di forte impatto visivo e riflessione collettiva che serve a dare un volto e una dignità storica alle vittime di una delle pagine più buie del Novecento.
Noi non l’abbiamo visitato per motivi di tempo, ma se potete inseritelo nel vostro itinerario.
Dove dormire: i quartieri migliori
A seconda del tipo di viaggio che avete in mente, Phnom Penh offre zone con atmosfere molto differenti:
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Riverside (Daun Penh): È la scelta ideale se visitate la città per la prima volta e volete muovervi a piedi per raggiungere le attrazioni principali come il Palazzo Reale e il Museo Nazionale. Qui si trovano sia ostelli storici sia boutique hotel ricavati in vecchie strutture coloniali.
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BKK1 (Boeung Keng Kang 1): Situato a sud del Monumento all’Indipendenza, è il quartiere degli expat e delle ambasciate. È la zona più moderna, sicura e “cool” della capitale, ricca di caffetterie di specialità, negozi di design e hotel dall’ottimo rapporto qualità-prezzo dotati di rooftop con piscina (come il Baitong Resort o The Pavilion).
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Tuol Tompoung (Zona Mercato Russo): Più defilata rispetto al centro, è l’area perfetta per chi cerca un’atmosfera più autentica, prezzi più bassi e una vivace scena di piccoli locali e mercati di quartiere.
Dove mangiare e cosa provare
La scena gastronomica di Phnom Penh è una delle più interessanti del sud-est asiatico. Per gli amanti dello shopping e dello street food, il punto di partenza è l’iconico Central Market (Psar Thmei), una struttura art-déco degli anni ’30 sotto la cui cupola si trova un’immensa area dedicata al cibo locale, dove assaggiare i Lort Cha (noodles corti saltati) o il Kuy Teav (zuppa di noodle per colazione). Un altro ottimo mercato per lo street food serale è il Phnom Penh Night Market, vicino al fiume, dove si mangia seduti su grandi tappeti intrecciati a terra.
Se cercate ristoranti veri e propri, la zona di Bassac Lane e Langka Lane (nella zona di BKK1/Tonle Bassac) è il fulcro della vita notturna, piena di vicoli nascosti con cocktail bar raffinati, ristoranti fusion e ottimi locali di dumpling. Per una cena che unisce l’ottima cucina a una causa sociale, vale la pena prenotare da Friends the Restaurant, un progetto culinario che forma e dà lavoro a ex ragazzi di strada della capitale.
Quali altre tappe inserire nel tuo viaggio in Cambogia:
- Siem Reap e i templi di Angkor
- La riserva degli elefanti di Kulen
- Il lago di Ton le Sap
- Il mare di Koh Rong
- La campagna di Battambang
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