La Biennale di Venezia è un’associazione culturale  tra le più importanti in Italia con sede appunto a Venezia.
E’ attiva su più fronti culturali come le arti figurative , il cinema , la danza, l’architettura, il teatro… e organizza eventi nella città lagunare esplorando queste aree artistiche.

Quando si parla di Biennale si pensa però sopratutto all’esposizione di arte contemporanea che ogni due anni trasforma Venezia nella capitale dell’arte e richiama appassionati e curiosi da tutto il mondo.

BREVE STORIA DELLA BIENNALE

L’inaugurazione della prima esposizione risale al 1895 quando si volle creare in Italia un qualcosa che somigliasse alle esposizioni internazionali di Parigi o Vienna.
in breve tempo occupa un posto di rilievo e attraversa tutto il ‘900 diventato lo specchio delle situazioni storiche del momento e oggi un grande serbatoio della memoria storica-artistica-politica di un secolo intero.


Proprio per emulare il salone internazionale di Parigi si decide fin da subito di collocarla nello spazio dei Giardini in modo che fosse un luogo dove poter passeggiare tra l’arte e la laguna.

Ai giardini quindi fu costruito il primo padiglione centrale italiano che oggi è il Padiglione centrale della Biennale e ospita opere di varie nazionalità. Seguirono poi la costruzione di altri padiglioni nazionali, prima quello del Belgio , poi Ungheria e Russia e via via gli altri ospiti fissi internazionali con l’intervento di grandi architetti.

Negli anni ’80 poi gli spazi si dilatano e La Biennale di Venezia inizia ad interessare altri quartieri di Venezia come l’Arsenale. Oggi La Biennale è dislocata in tutta la città. Per accedere ai due spazi principali , Arsenale e Giardini, serve un biglietto, ma poi ci sono padiglioni o installazioni e mostre in ogni sestriere aperte al pubblico gratuitamente.

LA BIENNALE DI VENEZIA
LA BIENNALE DI VENEZIA
LA BIENNALE DI VENEZIA

59° Edizione – IL LATTE DEI SOGNI

La Biennale di Venezia quest’anno è giunta alla sua 59esima edizione . La curatrice è Cecilia Alemani e il titolo è “IL LATTE DEI SOGNI” che è il titolo di un libro di racconti per bambini della scrittrice e pittrice britannica Leonora Carrington.

I suoi racconti vengono riletti come metafora di “un mondo magico in cui la vita viene costantemente rivisitata attraverso il prisma dell’immaginazione, e dove ognuno può cambiare, essere trasformato, diventare qualcosa o qualcun altro”.

I 3 temi portanti della mostra sono:

-la rappresentazione dei corpi e la loro metamorfosi

-la relazione tra gli individui e la tecnologia

-i legami che si intrecciano tra i corpi e la terra.

A declinare in arte queste tematiche sono stati 213 artisti provenienti da 58 paesi.

“Il latte dei sogni non è una mostra sulla pandemia ma registra inevitabilmente le convulsioni dei nostri tempi. In questi momenti, come insegna la storia della Biennale di Venezia, l’arte e gli artisti ci aiutano a immaginare nuove forme di coesistenza e nuove, infinite possibilità di trasformazione.”

Cecilia Alemani



I MIEI PADIGLIONI PREFERITI

(Alcune descrizioni sono prese dal sito ufficiale della biennale)

PADIGLIONE MALTA (ARSENALE)

Attraverso le opere di Arcangelo Sassolino, Giuseppe Schembri Bonaci e Brian Schembri, la mostra Diplomazija Astuta reinterpreta la straordinaria pala d’altare maltese di Caravaggio Decollazione di San Giovanni Battista come un’installazione scultorea cinetica. Attraverso la tecnologia a induzione, piccole gocce di acciaio fuso precipitano dal cielo all’interno di sette vasche rettangolari riempite d’acqua, ognuna delle quali rappresenta un soggetto della Decollazione.

PADIGLIONE COREA (GIARDINI)

Gyre, di Yunchul Kim

L’aspetto fantascientifico di queste installazioni sembrano scontrarsi col processo creativo dell’artista coreano che trae ispirazione dai suoi sogni.

La mostra che ha realizzato per la biennale di Venezia è quasi un ecosistema e le sculture sembrano essere viventi e sono legate tra loro come un unico corpo.

l’artista  sud coreano, si è ispirato al primo verso “The Second Coming” di William Butler Yeats (1865-1939), un poeta irlandese che parlava di un vortice (gyre) storico che avrebbe scombussolato in maniera drastica il mondo in cui il poeta irlandese fa riferimento a un vortice (gyre) storico in grado di scombussolare in modo permanente il mondo conosciuto (storicamente si pensa si riferisse a una pandemia ). A questo concerto Kim aggiunge anche la filosofia orientale della cicilicita è l’ala funzione Iolanda di ponte tra cielo e terra.

Il padiglione Corea ha una testa (Argos) e una spina dorsale (Chroma V) lunga 50 m che sfruttando l’ottica e l’irridescenza cambia colore ad ogni movimento.  Non si muove però a caso o in maniera programmata. È collegata a un “cervello”, Argos – The Swollen Suns, che rileva

I muoni astronomici che entrano in contatto con l’atmosfera terrestre e traduce questi incontri in movimento.

Un’altra opera di connessione è Argos, simile a un lampadario , che Pompa attraverso centinaia di tubi acqua marina proveniente da Venezia connettendo l’opera al mondo esterno.

Flare forse è l’opera più ipnotica. In alcune teche poligonali c’è un liquido simile a metallo che ritmicamente e imprevedibilmente sgocciola, sbuffa , esplode.

LA BIENNALE DI VENEZIA
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PADIGLIONE BRASILE (Giardini)

Com o coração saindo pela boca / con il cuore che esce dalla bocca

Jonathas de Andrade basa il proprio lavoro sul suo profondo interesse per una cultura autenticamente “popolare”. L’installazione si compone di un elenco di espressioni idiomatiche e proverbi che attingono alle metafore sul corpo umano e di una serie di opere d’arte che danno vita alla straordinaria carica poetica di questi detti, rendendoli tangibili.

Due immense orecchie poste all’ingresso e all’uscita del Padiglione per la Biennale di Venezia alludono all’espressione popolare Entrar por um ouvido e sair pelo outro, consentendo ai visitatori di “entrare da un orecchio e uscire dall’altro”, mentre un pallone gonfiabile, che riempie lo spazio in vari momenti della giornata, fa riferimento a un’altra espressione: Coração saindo pela boca (Con il cuore in gola). Nel complesso, le opere costituiscono un elenco parziale e allusivo, ma fortemente fisico, delle sensazioni provate da un immaginario corpo brasiliano, tradotte in espressioni dirette e talvolta divertenti, tuttavia capaci di catturare e trasmettere il momento storico che stiamo vivendo in tutta la sua complessità.

LA BIENNALE DI VENEZIA
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PADIGLIONE DANIMARCA (Giardini)

We Walked the Earth
Entrate in un mondo iperrealistico di inaspettata drammaticità. Ambientato in un curioso e ibrido arco temporale in cui gli elementi del passato storico della vita rurale danese si mescolano a ignoti fenomeni del futuro fantascientifico di un mondo transumano, la trama si snoda attorno a una famiglia composta da tre persone.

Tuttavia, il fatto che non si tratti di una famiglia qualsiasi diventa palese nel preciso istante in cui entriamo nella casa, incontriamo i suoi abitanti e ci aggiriamo per le stanze in cui si trovano oggetti personali, cibo e attrezzi da lavoro. Ma chi è questa famiglia e cosa le è accaduto? E cosa è accaduto al mondo in cui vivono?

La risposta non è così ovvia. L’intera ambientazione di Uffe Isolotto è pervasa da profonda incertezza. È impossibile dire se sia tragica o intrisa di speranza. Forse entrambe le cose? La famiglia incarna la complessa e inquietante esperienza legata all’andare avanti nel mondo di oggi drasticamente cambiato? Se così fosse, la domanda più ampia sarebbe la seguente: cerchiamo rifugio in chi eravamo o cerchiamo delle vie di fuga in chi potremmo diventare?

LA BIENNALE DI VENEZIA
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PADIGLIONE ITALIA (Arsenale)

Storia della Notte e Destino delle Comete è il titolo del progetto espositivo del Padiglione Italia alla 59. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia , promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. A cura di Eugenio Viola, per la prima volta nella storia del Padiglione Italia, presenta l’opera di un solo artista: Gian Maria Tosatti.
Storia della Notte e Destino delle Comete si configura come una grande installazione ambientale pensata appositamente per gli spazi delle Tese delle Vergini, occupandone l’intera superficie, e propone una visione dello stato attuale dell’umanità e delle sue prospettive future.

Una complessa macchina narrativa esperienziale che conduce il visitatore in un percorso sensibile, a tratti familiare e in parte spiazzante, con l’obiettivo di offrire una consapevolezza nuova e generare riflessioni concrete sul possibile destino della civiltà umana, in bilico tra i sogni e gli errori del passato e le promesse di un futuro ancora in parte da scrivere.

L’Italia, con la sua particolare vicenda storica di giovane nazione reduce da due guerre mondiali interessata da una straordinaria crescita economica, il cosiddetto “miracolo italiano”, offre lo scenario per la costruzione di questo progetto espositivo. Lo spazio della prima Tesa costituisce un viaggio nel Bel Paese e coincide con la Storia della Notte, ovvero il racconto simbolico dell’ascesa e del declino del sogno industriale italiano. Una sequenza di scenari spiazzanti prepara a una visione finale in cui l’immaginario si ribalta in una vera e propria epifania.

Proseguendo si giunge alla visione finale, il Destino delle Comete, che ricorda come la natura oltraggiata, fin dai tempi del diluvio, non perdoni l’uomo. In questa immagine, epilogo potente e inquietante, si leva un elemento inversamente perturbante, il segno di una pace possibile. Il percorso si conclude quindi con un messaggio di speranza sul destino che attende questa umanità che, come una cometa, ha attraversato con una grande scia luminosa l’universo.

«Darei l’intera Montedison per una lucciola», scrive Pier Paolo Pasolini nella chiusa del celebre articolo “Il vuoto del potere” (Corriere della Sera, 1° febbraio 1975) su un passaggio epocale raccontato attraverso la metafora della scomparsa delle lucciole, intesa come ultimo ed efferato delitto del nuovo fascismo: il neocapitalismo.

La Biennale di Venezia
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PADIGLIONE UZBEKISTAN (ARSENALE)

Dixit Algorizmi: Garden of Knowledge

Il Padiglione presenta una riflessione sull’opera dello scienziato Muhammad ibn Mūsā al-Khwārizmī, il cui trattato Kitāb al-jabr wa al-muqābalah, diffuso in Europa in traduzione latina con il titolo Dixit Algorizmi, è il primo testo scientifico a presentare in modo sistematico l’algebra come disciplina indipendente da geometria e aritmetica.

Dalla latinizzazione del nome di al-Khwārizmī deriva la moderna parola “algoritmo”. L’accelerazione dell’innovazione, che tendiamo a considerare così caratteristica del nostro tempo, è spesso ritenuta il prodotto di una tradizione scientifica prevalentemente occidentale; la realtà, tuttavia, è più complessa e articolata: essa è l’apice di secoli di ricerche che comprendono una molteplicità di civiltà. Dixit Algorizmi: Garden of Knowledge si prefigge di mettere in discussione la narrazione dominante sulle storie e geografie ufficiali dello sviluppo tecnologico, esplorando radici dimenticate e risonanze trascurate con luoghi, tempi e culture lontani.

PADIGLIONE STATI UNITI (Giardini)

Simone Leigh: Sovereignty

Caratterizzato da un interesse per la performatività e l’affezione, l’ampio corpus di lavori di Simone Leigh in scultura, video e performance analizza la costruzione della soggettività Black famme.

Le grandi opere scultoree di Leigh uniscono forme derivate dall’architettura vernacolare e dal corpo femminile, rendendole attraverso materiali e processi associati alle tradizioni artistiche dell’Africa e della diaspora africana, ridefinendo le nozioni di spazio, tempo ed esistenza. Sovereignty mescola storie e narrazioni disparate, comprese quelle relative alle rappresentazioni rituali dei popoli Baga in Guinea, alla prima cultura materiale dei neri americani del distretto di Edgefield nella Carolina del Sud e alla storica Esposizione coloniale di Parigi del 1931.

Con una serie di nuovi bronzi e ceramiche Leigh colma le lacune della documentazione storica proponendo nuove ibridazioni.

PADIGLIONE VENEZIA

ALLORO
TUTTO MUTA, NULLA MUORE, TUTTO SCORRE E OGNI IMMAGINE SI FORMA NEL MOVIMENTO

Alloro è un viaggio che affronta il cambiamento, la metamorfosi, attraverso la natura e l’arte, che ha inizio nella psiche, in un luogo pulito, quasi asettico, perfetto e si conclude nella Terra, un percorso che si compie nel movimento. Un movimento in cui ogni singolo passaggio è scandito dal ritmo di una musica, suoni che non sono un sottofondo, ma che nascono essi stessi come un’opera.

«Il progetto espositivo del Padiglione Venezia, quest’anno intitolato Alloro, ha fondamentalmente tre temi di fondo: l’avvicinamento dell’uomo alla natura, la forza della donna e la metamorfosi spiegata dall’arte. L’alloro è, infatti, il simbolo per eccellenza della metamorfosi. – racconta il curatore Giovanna Zabotti – Metamorfosi in tutte le accezioni del suo significato: nel suo senso di trasformazione di un essere in un altro di natura diversa e come elemento tipico di racconti mitologici, religiosi, magici.

La novità di questo Padiglione della Biennale di Venezia sta nel fatto che il visitatore non vedrà le opere d’arte ma le vivrà: si muoverà al suo interno ad un ritmo preciso scandito da una musica, che lo porterà inizialmente ad indagare il proprio io, per poi vivere una sorta di percorso emozionale in tre dimensioni, fino ad assaporare lo sguardo dei giovani artisti verso il futuro».

Questa “esposizione in movimento” si apre con il duo di artiste Goldschmied & Chiari, che ha creato una sorta di tempio celebrativo della femminilità. Le due sale sono costruite come un gioco di luci e ombre e rappresentano la soglia di mondi enigmatici tra l’alchimia e la magia, denominati Portali. Il centro del percorso, introdotto da una introduzione al tema intitolata Best Wishes di Ottorino De Lucchi, è l’istallazione Lympha, il mito di Dafne e Apollo reso in chiave moderna dall’artista Paolo Fantin con il gruppo Ophicina e accompagnato dalla musica, intitolata Gocce di Alloro, del maestro Pino Donaggio. La mostra si conclude in un piccolo “bosco” di alloro, esterno alla struttura.

La terza e ultima sala è occupata dalle opere vincitrici del concorso Artefici del Nostro Tempo.

LA BIENNALE DI VENEZIA
LA BIENNALE DI VENEZIA
LA BIENNALE DI VENEZIA

PADIGLIONE UNGHERIA (Giardini)

Dopo i sogni: ho il coraggio di sfidare i danni

La mostra di Zsófia Keresztes per la Biennale di Venezia affronta le tappe della ricerca di identità. Il concetto di fondo si rifà al “dilemma del porcospino” di Arthur Schopenhauer. Il punto di partenza associativo è un episodio del romanzo di Antal Szerb del 1937 Il viaggiatore e il chiaro di luna, usato dall’artista come analogia poetica. La mostra, in quattro sezioni, esplora sia l’ambivalente rapporto tra passato / presente e futuro, sia le fasi attraverso le quali le persone tracciano la propria identità. Liberati nel reciproco riflesso dal peso delle esperienze comuni e individuali, i frammenti di corpo – separati ma esistenti come unica comunità – tentano di raggiungere la loro forma finale.

PADIGLIONE SVIZZERA (GIARDINI)

The Concert

Latifa Echakhch crea una mostra simile a un’esperienza orchestrata di viaggio nel tempo. Un ambiente ritmico e spaziale che permette una percezione del tempo in senso antiorario e del proprio corpo, esplorando contemporaneamente continuità, movimenti e sequenze.

Sculture effimere ispirate alla statuaria popolare emergono nell’illuminazione orchestrata in modo da catturare i ritmi composti dal percussionista Alexandre Babel. Si può vedere la musica, ma non la si può sentire. L’artista attinge al vocabolario delle costruzioni effimere dei carri carnevaleschi, affrontando preoccupazioni e controversie, sogni e utopie, giocando con armonie e dissonanze, con i sentimenti contrastanti di attesa e appagamento, con la distruzione e i ricordi.

PADIGLIONE BELGIO (GIARDINI)

The Nature of the Game

Il gioco è qualcosa di naturale, qualcosa che scopriamo e impariamo istintivamente nella nostra infanzia. È un bisogno umano essenziale. È necessario prendere tempo, impiegare tempo e perdere tempo giocando. Il gioco dei bambini è da intendersi come una relazione creativa con il mondo. Dal 1999, la telecamera di Francis Alÿs riprende i bambini che giocano nello spazio pubblico. Ha iniziato con il video Children’s Game #1: Caracoles, in cui si vede un ragazzino che, a calci, fa risalire una bottiglia su una strada ripida, per poi lasciarla rotolare giù e calciarla su di nuovo.

Osservare, indagare e documentare il comportamento umano nella vita urbana è una costante nel lavoro di Alÿs. I suoi film registrano, in chiave etnografica, sia il potere della tradizione culturale sia gli atteggiamenti autonomi dei bambini, anche nelle situazioni più conflittuali

PADIGLIONE COSTA D’AVORIO

The dreams of a story

Questo è uno dei padiglioni “free” della Biennale di Venezia. Si trova ne quartiere di Dorsoduro.

Le storie contribuiscono a definire il valore della creazione spontanea, quando si vuole interpretare e rappresentare la realtà socioeconomica del soggetto e del collettivo. Fondere, attraverso l’arte, tradizioni e innovazione, memorie e sogni del futuro. Aboudia descrive una società africana lacerata nel tessuto sociale. Armand Boua ritrae la condizione umana come risposta alle disumanità nel mondo.

Frédéric Bruly Bouabré è uno dei padri fondatori dell’arte contemporanea africana. Aron Demetz esplora il mondo attraverso un universo scultoreo parallelo, abitato da creature immaginarie. Laetitia Ky denuncia con la metamorfosi del corpo le condizioni umane contemporanee. Yeanzi rielabora un’iconografia in grado di trasformare le esperienze del suo paese in una nuova forma espressiva per il futuro.

Laetitia Ky, è anche una star di Tik Tok. Se quando si guardano le sue foto è facile pensare che indossi una parrucca nei suoi video mostra come realizza le “sculture” partendo dai suoi capelli.

I MIEI ARTISTI PREFERITI

EGLĖ BUDVYTYTĖ IN COLLABORAZIONE CON MARIJA OLŠAUSKAITĖ E JULIJA STEPONAITYTĖ

Lavorando all’intersezione di musica, poesia, video e performance, l’artista lituana Eglė Budvytytė esplora il potere della collettività, della vulnerabilità e della permeabilità nelle relazioni tra i corpi e gli ambienti che essi abitano. Nel film Songs from the Compost: mutating bodies, imploding stars (2020), l’artista esamina l’arrogante dominio degli esseri umani su animali, piante, batteri e funghi. Girato tra le foreste di licheni e le dune di sabbia della penisola dei Curoni, in Lituania, questo lavoro mostra l’interazione e la cooperazione di organismi compositi.

Il video è accompagnato da un’affascinante traccia musicale e dalla voce narrante dell’artista stessa, che si riferisce tanto alla teoria dell’endosimbiosi di Lynn Margulis – l’interazione e la cooperazione tra organismi – quanto al mondo speculativo della scrittrice di fantascienza Octavia E. Butler – i cui testi stravolgono la gerarchia antropocentrica attraverso tropi di ibridazione e simbiosi.

Songs from the Compost è un’ipnotica esplorazione dell’interdipendenza, della disintegrazione e della decadenza dei corpi: dimostra la necessità di costruire reti interconnesse tra esseri umani e non umani che possano nutrire le relazioni interspecie.

Liv Cuniberti

Io da ignorante sul genere aggiungo solo che non amo particolarmente le video installazioni, ma qui a Venezia ce ne sono state 3 che avrei potuto guardare per ore perchè erano ipnotica la prima (questa) , rilassante la seconda (subito qui sotto) e curiosa e coinvolgente la terza (padiglione Belgio già spiegato sopra).

WU TSANG

Wu Tsang pone l’accento sulle intersezioni tra collaborazione, strategie performative, processi sperimentali, estetica e narrazione. Nell’ultimo decennio, ha realizzato film, installazioni immersive e performance che affiorano da un linguaggio visivo che l’artista descrive come “intermezzo”, uno stato di inseparabilità e flusso non riducibile alle nozioni statiche di identità, esperienza o comprensione binaria.

Frutto di partnership con personaggi impegnati nel campo dell’arte, della musica, della danza e della letteratura, come i performer del collettivo Moved by the Motion e il poeta e accademico Fred Moten, l’opera di Tsang evoca la capacità dell’arte di esprimere una molteplicità di voci. Per Il latte dei sogni, Tsang presenta Of Whales (2022), un’installazione video e audio multicanale basata sul proprio adattamento cinematografico del capolavoro di Herman Melville Moby Dick, nonché su ambienti oceanici psichedelici generati mediante tecnologie di realtà estesa (XR).

Of Whales rimette a fuoco le profonde meditazioni del materiale originale su temi quali conoscenza, narrazione, prospettiva, esotismo ed erotismo, adottando una lente postcoloniale. Immaginata dal punto di vista della balena e dell’eterogenea ciurma di marinai a bordo della baleniera Pequod, quest’opera complessa colloca la narrazione di Melville nel contesto della storia marittima, della nascita transatlantica del capitalismo moderno e delle proteste di massa del XIX secolo.

L’immensità e il caos dell’oceano diventano il simbolo dell’ignoto; i riflessi indicano la presenza di prospettive oblique e complicano l’idea che ogni punto di vista sia unico o inequivocabile.

Madeline Weisburg

TETSUMI KUDO

1935 – 1990, Giappone

Tetsumi Kudo apparteneva a una generazione di artisti giapponesi estremamente scettica rispetto alla società tradizionale a seguito degli avvenimenti della Seconda guerra mondiale. Figura essenziale nello sviluppo dell’Anti-Arte degli anni Cinquanta a Tokyo, Kudo partecipa regolarmente all’annuale Yomiuri Indépendant Exhibition – al tempo, lo spazio più significativo per l’arte contemporanea del Giappone – esponendo opere che manifestano una critica acuta al consumismo rampante e all’ortodossia politica caratteristici del Paese nel periodo della ripresa postbellica.

Dopo essersi trasferito a Parigi nel 1962, l’artista inizia a realizzare opere facendosi guidare dall’intuizione per cui, in una “nuova ecologia” in cui esseri umani, natura e tecnologia sono diventati interconnessi, i valori etici sono intercambiabili tanto quanto le merci di largo consumo.

Questo ethos è evidente in Your Portrait (1966), in cui un bulbo oculare è fissato all’interno di una scatola. Cultivation (1972) presenta un giardino di cactus imprigionati in un’allegra gabbietta rosa fluo. Kudo impiega spesso colori fluorescenti per conferire una sconcertante aura high tech a forme naturali, come nel caso dei luminosi Flowers (1967–1968) o delle tonalità acide dei falli ritratti in Pollution-cultivation-nouvelle écologie (1971). Le sue visioni di un mondo postnaturale colgono il distacco ambiguo di un universo riplasmato dal desiderio umano. 

Ian Wallace

BIENNALE VENEZIA

BARBARA KRUGER

1945, USA

Le immagini e i testi di Barbara Kruger sono riconosciuti per la loro potenza retorica e urgenza visiva. Tra gli anni Sessanta e Settanta, Kruger lavora come grafica e photo editor per riviste come “Mademoiselle”, “Vogue”, “House & Garden” e “Aperture”. Qui sviluppa la sensibilità grafica che in seguito le sarebbe stata strumentale nella pratica artistica, in cui utilizza ingrandimenti di foto in bianco e nero tracciati da stringati aforismi nelle font Futura Bold Oblique o Helvetica Ultra Condensed, sovraimpressi su fasce rosse o nere, secondo uno schema ormai iconico.

Alla fine degli anni Settanta, Kruger inizia a realizzare opere che esaminano l’ideologia dei mass media da una prospettiva femminista. Nel corso degli anni, questa metodologia si amplia fino a comprendere l’ingrandimento su larga scala e la spazializzazione della sua pratica visiva attraverso l’utilizzo di immagini fisse e in movimento. Posizionata all’estremità dell’edificio delle Corderie, la nuova installazione di Kruger per Il latte dei sogni si adatta ai parametri spaziali dell’ambiente che la ospita e include tre video a canale singolo.

Le imploranti espressioni di comando (“PLEASE CARE”, “PLEASE MOURN”) invitano l’osservatore a un incontro diretto con l’opera d’arte, utilizzando la formula ironicamente disincarnata tipica della pratica dell’artista per richiamare l’attenzione sulle viscere e sulle deiezioni del nostro corpo.

Madeline Weisburg

BIENNALE VENEZIA

KAPWANI KIWANGA

1978, Canada

La pratica artistica di Kapwani Kiwanga attinge alla sua formazione in antropologia per creare lavori cinematografici, sculture, performance e installazioni che esplorano la lotta al colonialismo e l’attenzione ai sistemi di potere attraverso una commistione di strategie concettuali, architettoniche e formali. In Plot (2020), una recente installazione site-specific realizzata per la Haus der Kunst di Monaco, Kiwanga appende alla sala centrale del museo tre dipinti semitrasparenti di grandi dimensioni evocando i colori che caratterizzano il vicino Englischer Garten.

Queste tende svolgono anche la funzione di contenitori di sculture ibride in metallo, materiali gonfiabili e piante. Ispirati alle teche di Ward del XIX secolo – contenitori in vetro utilizzati per importare piante straniere in Europa –, le sculture suggeriscono come l’architettura e la natura siano state storicamente manipolate per servire i desideri dell’umanità.

Opere come Dune (2021) incorporano elementi organici soggetti allo sfruttamento umano e, in particolare, la sabbia utilizzata nel fracking – l’estrazione di petrolio e gas praticata nel Sud del Texas.

Terrarium, una nuova installazione per Il latte dei sogni fonde gli aspetti trattati in questi ultimi progetti. Qui Kiwanga crea un ambiente ispirato ai colori del deserto al tramonto che unisce grandi dipinti semitrasparenti a una serie di sculture in vetro contenenti sabbia. L’artista definisce la sabbia come materiale politico: un danno provocato dall’industria petrolifera e un richiamo alla crescente aridità del pianeta.

Madeline Weisburg

PRECIOUS OKOYOMON

1993, Regno Unito

Precious Okoyomon – che pratica poesia, arte e cucina – realizza topografie scultoree composte di materiali vivi, in crescita, in decomposizione e morenti, tra cui terra, rocce, acqua, fiori selvatici, lumache e piante rampicanti. Per Okoyomon la natura è legata all’impronta storica della colonizzazione e della schiavitù.

Nel lavoro dell’artista, piante come il kudzu – una pianta originaria dell’Asia, introdotta per la prima volta dal governo degli Stati Uniti nelle fattorie del Mississippi nel 1876 per contrastare l’erosione del suolo locale che si era degradato a causa della coltivazione intensiva di cotone, ma poi trasformatasi in specie estremamente infestante – diventano metafora dell’intrecciarsi di schiavitù, razzializzazione e diaspora con la natura, nonché il simbolo di cambiamento e rivitalizzazione.

Nell’opera per Il latte dei sogni, To See the Earth before the End of the World (2022), il cui titolo è tratto da una poesia di Ed Roberson, le sculture di Okoyomon sono disposte sullo sfondo di un campo di piante selvatiche; qui il kudzu riappare accanto a un intreccio di fiumi e canne da zucchero, queste ultime coltivate nell’orto della nonna dell’artista durante gli anni dell’adolescenza in Nigeria. Come il kudzu, anche la canna da zucchero è una pianta la cui stessa essenza è satura delle circostanze economiche e storiche legate alla tratta transatlantica degli schiavi.

Seguendo l’esempio dell’opera teatrale Monsieur Toussaint di Édouard Glissant, la cui nativa Martinica era un tempo uno dei maggiori produttori di zucchero al mondo, in questa installazione Okoyomon intende invocare una politica di rivolta e rivoluzione ecologiche.

Madeline Weisburg

BIENNALE VENEZIA

RAPHAELA VOGEL

1988, Germania

Le creature del mondo naturale esercitano un grande fascino sull’artista tedesca Raphaela Vogel, che nelle sue ambiziose installazioni multimediali impiega frequentemente parti di animali naturali e sintetiche, come pelli di alci, bovini, capre, leoni, frammenti di cuoio, dinosauri giocattolo e statuette di cavalli. Spesso, alle forme di animali scuoiati, l’artista associa video realizzati per mezzo di tecnologie digitali avanzate, come scanner e droni e sofisticate tecniche di montaggio, accompagnandoli talvolta con stridenti colonne sonore dark metal.

Con la creazione di mondi oscuri ed enigmatici, i suoi ambienti rievocano miti, relitti e sacrifici rituali tratti tanto dalla storia dell’arte e della letteratura quanto dall’immaginazione dell’osservatore. Questa modalità di sperimentazione sul corpo trasfigurato compare nuovamente ne Il latte dei sogni per la Biennale di Venezia ; il modello anatomico di un pene, gigantesco e colorato, si mostra afflitto, in maniera quasi fumettistica, da diverse patologie e condizioni indicate in una serie di targhe esplicative: cancro alla prostata e ai testicoli, condilomi genitali, disfunzione erettile.

Così malconcio, il pene scolpito è accasciato su un carro preceduto da un gruppo di giraffe bianche che lo trainano con protervia, come fosse un nobile aristocratico o il membro di una famiglia reale immaginaria. Collocandosi nel dominio del fantastico, l’umorismo della composizione di Vogel propone un altro effetto: nella visione dell’artista il corpo frammentato vive esperienze proprie.

Madeline Weisburg

LENORA DE BARROS

Lenora de Barros inizia il suo percorso negli anni Settanta, incoraggiata dalle sperimentazioni radicali in corso in quel periodo in Brasile. Viene influenzata in particolare dall’eredità di Noigandres, un gruppo brasiliano formatosi nel 1952 che esplora un nuovo genere di poesia d’avanguardia, dando una maggiore importanza alla grafica del linguaggio.

POEMA (POEM) (1979) di de Barros sottolinea con enfasi le proprietà visive e fisiche del linguaggio attraverso i gesti corporei. La sequenza di immagini in bianco e nero cattura i primi piani di una bocca che provocatoriamente mostra la lingua: lingua che lecca i tasti di una macchina da scrivere e interagisce con i martelletti fino a quando non blocca il meccanismo interno della macchina.

Con questo silenzioso atto di sfida, Lenora de Barros suggerisce la possibilità della dissoluzione dei confini tra gli idiomi e la trasformazione del linguaggio in narrazioni alternative. Influenzata dalle parole del poeta francese Stéphane Mallarmé, e in modo particolare dalla sfida della pagina bianca, POEMA (POEM) segna l’origine di una poesia “senza parole”, nata dal rapporto tra lingua e macchina da scrivere. La tensione che si crea tra queste due entità sta a indicare la ripetizione e la meccanizzazione del lavoro di genere in ambito sia domestico sia professionale.

Liv Cuniberti

SANDRA MUJINGA

1989, Repubblica Democratica del Congo

La pratica multidisciplinare di Sandra Mujinga è motivata da un profondo interesse per il corpo e per la sua assenza. Nelle inquietanti installazioni di quest’artista, figure incappucciate dall’aspetto spettrale e fantastiche creature ibride diventano strumenti di osservazione.

Traendo ispirazione dalle strategie di sopravvivenza degli animali, come mimetismo e adattamento notturno, dal concetto di “costruzione di mondi” della fantascienza, dal postumanesimo, e dall’afrofuturismo, l’artista propone alla Biennale di Venezia  un mondo immaginario in cui l’esistenza cibernetica non è necessariamente una minaccia per l’autonomia e in cui, al contrario, l’ibridismo funge da protezione. Mókó, Libwá, Zómi e Nkáma, il quartetto di sculture presentate da Mujinga in un’installazione del 2019, sono corpi privi di sostanza.

Vibranti nella luce verde al neon, le quattro figure incappucciate di dimensioni esagerate, il cui titolo è reso nella lingua bantu lingala, sono costituite da mantelli con sembianze umane e hanno lunghi arti di stoffa che evocano tentacoli e proboscidi. Sembrano esseri umanoidi che si sono evoluti per adattarsi alla nostra contemporaneità catastrofica. Rappresentazioni futuristiche di corpi incombono sugli osservatori anche nelle sculture in tulle del 2020 intitolate Míbalé, Mísató, Mínei e Mítáno.

Queste figure dalle braccia allungate fanno la guardia con forme selvagge che sono un simbolo di autosufficienza. Le sculture di Reworlding Remains (2021) e Sentinels of Change (2021), realizzate con tessuti riciclati, traggono ispirazione da fossili di dinosauri e occupano uno spazio liminale in cui decadimento e ricostruzione coesistono nella stessa sequenza temporale.

Madeline Weisburg

SIMON LEIGH

1967, USA
Attraverso l’utilizzo di tecniche scultoree premoderne e contemporanee, tra cui fusione a cera persa e smaltatura al sale combinate con materiali di forte valenza culturale quali conchiglie cipree, banane verdi, rafia e foglie di tabacco, Simone Leigh ha sviluppato nell’arco di due decenni un corpo poetico di sculture, installazioni, video e opere di arte relazionale che pongono al centro la razza, la bellezza, la comunità e la cura, in riferimento al corpo delle donne nere e all’impegno intellettuale.

In origine collocato sulla High Line di New York nel 2019, Brick House – il monumentale busto in bronzo di una donna nera la cui gonna ricorda una casa di argilla – torreggiava, simile a una divinità, sulla trafficata Decima strada di Manhattan.

Creata come parte della serie Anatomy of Architecture (2016–oggi), Brick House appartiene a un gruppo di sculture che fonde corpi e riferimenti architettonici: dalle case a obice del popolo Mousgoum in Ciad e Camerun, agli edifici in argilla e legno dei Batammaliba in Togo, dalle statuette nigeriane ibeji, alla tradizione artigianale afroamericana del XIX secolo delle brocche antropomorfe, fino al Mammy’s Cupboard, un ristorante a Natchez, nel Mississippi, costruito con le sembianze dell’archetipo razzista della mammy, la cui enorme gonna rossa ospita la sala da pranzo.

Evocando via via l’idea di contenitore, spazio confortevole, oggetto di consumo, santuario, Brick House fornisce un potente ritratto del corpo della donna nera come un luogo di molteplicità. 

Madeline Weisburg

MIRE LEE

Le installazioni di Mire Lee constano di sculture cinetiche che evocano la tensione degli stati di vitalità. Spesso composti da motori antiquati, barre in acciaio e tubi in PVC riempiti di grasso, silicone e olio, questi apparati animatronici assomigliano nello stesso tempo a macchine e a organi interni.

Per Lee, il process di creazione di questi oggetti sensoriali rappresenta intrinsecamente un’attività legata al corpo e al tatto; come lei stessa racconta: “Tocco e sento il materiale da vicino, ficco le mie mani in ogni apertura possibile, uso i denti per far presa, mi piego, mi allungo e striscio attorno alla scala dell’opera”.

Ispirandosi al concetto di vorarefilia o vore – ovvero la parafilia, che prevede di essere ingoiati o di ingoiare un’altra persona viva – Lee crea situazioni in cui materiali diversi tra loro si cibano l’uno dell’altro. Per la Biennale di Venezia l’artista realizza una nuova opera che estende il concetto di contenitore a una struttura scultorea, collegata a una pompa e ad alcune sculture in ceramica provviste di fori, dai quali stilla argilla liquida, una sostanza destinata a seccare, stratificarsi e fessurarsi nel corso del tempo.

Affiancate da panchine che fungono anche da sculture, queste opere sembrano rimandare agli ambienti in cui le suddette funzioni corporee si esplicano, dando vita a un paesaggio affettivo, una casa con dei buchi. 

Madeline Weisburg

SONDRA PERRY

1986, USA

Sondra Perry esamina con rigore il processo di disumanizzazione del corpo degli afroamericani da una prospettiva storica e personale, impiegando strategie visive tratte dall’informatica e dai media digitali per riflettere in modo critico sulla tortuosa complessità di esperienza e identità.

Le sue installazioni e i suoi video abbondano di tecnologie della rappresentazione, strumenti di facile accesso come avatar, software di modellazione 3D, frammenti di video da YouTube e fondali blue screen, che insieme conferiscono un’aura fai-da-te alla sbalorditiva estetica cibernetica dell’artista.

Al centro di tutto questo, Perry giustappone cultura digitale e discorso politico, realizzando una confluenza teorica, tanto fondamentale quanto troppo spesso trascurata, tra sociologia dei media e teoria critica della razza.

Nata a Perth Amboy, cittadina costiera del Jersey Shore, negli ultimi anni Perry ha ripercorso più volte la violenta storia del Middle Passage, spesso inserendo se stessa in immagini che raccontano della tratta atlantica degli schiavi africani e della devastante brutalità inflitta ai prigionieri.

Lineage for a Phantom Zone (2021) ruota intorno al Trade Winds, salone di parrucchiere che si trovava nello stesso edificio del suo studio a Newark, e alla ricerca infruttuosa condotta dall’artista per individuare il terreno in cui sua nonna nacque e lavorò come mezzadra. Presentato in un’installazione immersiva, questo racconto onirico riflette sui modi in cui la narrazione storica costruisce l’esperienza vissuta e su come l’immaginazione collettiva possa detenere un potere trasformativo.

Madeline Weisburg

ULLA WIGGEN

1942, Svezia

Appena ventiseienne, Ulla Wiggen prende parte alla storica mostra Cybernetic Serendipity curata nel 1968 da Jasia Reichardt presso l’ICA di Londra. Nel contesto dell’esposizione, che indagava le possibilità della cibernetica come fusione tra arte e scienza, l’artista presenta una serie di dipinti in acrilico e a gouache su tavola raffiguranti i circuiti interni di dispositivi elettronici. Intitolate TRASK e Vägledare (entrambe del 1967), queste opere catturano un archetipo della cultura tecnologica in uno stile dalla precisione impeccabile.

Wiggen realizza i suoi primi dipinti di circuiti stampati e bit elettronici con tecnica a gouache tra il 1963 e il 1964. Nelle prime opere di questo tipo, come Förstärkare e Kretsfamilj (entrambe del 1964), strati di pittura straordinariamente definiti conferiscono alle opere una presenza fisica; un effetto ottenuto utilizzando garze mediche al posto della tela.

Nei lavori successivi, l’interesse di Wiggen per i circuiti del cervello e degli occhi sostituisce quello per le macchine. Nei suoi Iris Paintings (2016–in corso), Wiggen dipinge laboriosamente iridi umane nei toni dell’azzurro, del verde e del nocciola, seguendo un processo che richiede mesi di lavoro.

L’artista ha dichiarato di voler esprimere visivamente l’effetto di sfocamento della propria vista causato dalla cataratta prima di essere curata: uno stato al confine tra chiarezza e ambiguità, consapevolezza e sogno.

Madeline Weisburg

NIKI DE SAINT PHALLE

1930, Francia – 2002, USA

Niki De Saint Phalle è conosciuta soprattutto per le sue Nanas (in francese colloquiale “pollastrelle”), dinamiche gigantesse dalle tonalità caleidoscopiche che troviamo ancora saltellare in piazze e fontane cittadine, e nel Giardino dei Tarocchi (1979–2002), il grande parco di sculture che l’artista realizza in Toscana, popolandolo di creature fantastiche ornate di mosaici e specchi.

Dopo aver avviato la propria carriera con la serie Tirs (Dipinti-bersaglio), opere realizzate sparando con una carabina per far esplodere sacchetti di pittura sulla tela, l’artista amplia presto la propria pratica creando sculture, installazioni, opere d’arte pubblica, architetture, giardini, parchi giochi, video e film, oltre a diverse serie di edizioni che le hanno consentito di raggiungere un pubblico vastissimo e di finanziare i suoi più ambiziosi progetti all’aperto.

Le forme femminili create da de Saint Phalle sono ampie e prorompenti, con seni, addomi e glutei accentuati da immagini di cuori, fiori, soli e cerchi concentrici simili a mandala. Con Hon-en katedral (1966), celebre opera presentata al Moderna Museet di Stoccolma e frutto della collaborazione tra de Saint Phalle, il suo compagno Jean Tinguely e altri artisti, i visitatori potevano letteralmente entrare nella scultura attraverso l’apertura posta tra le gambe.

Con i suoi oltre 2,5 metri di altezza, Gwendolyn (1966 / 1990) è una delle prime Nanas monumentali di de Saint Phalle. Nonostante le curve ampie e sinuose di Gwendolyn non enfatizzino adeguatamente la sua gravidanza, questa è invece annunciata con orgoglio dal grande bersaglio dipinto sull’addome. 

Melanie Kress

KATHARINA FRITSCH

1956, Germania

Il singolare realismo di Katharina Fritsch dissolve i confini tra l’ordinario e il perturbante, smuovendo i nostri sogni e incubi più profondi e risvegliando al contempo ricordi infantili di racconti religiosi, favole e miti. Le sue opere, che possono assumere la forma di imponenti progetti di arte pubblica dai colori audaci, sculture in scale insolite, intime opere sonore e multipli d’arte, proiettano una sicurezza che può essere interpretata, a seconda dei casi, come rassicurante o minacciosa.

Realizzata in poliestere verde scuro dal calco di un elefante impagliato, Elefant / Elephant (1987) riproduce con sorprendente esattezza ogni piega e ruga del corpo dell’animale mentre le dimensioni, la nitidezza del dettaglio anatomico e il profilo cromatico generano un effetto sovrannaturale. In quest’opera, la profonda inquietudine non è generata solamente dalla radicale distorsione del quotidiano, ma anche dalla tecnica adottata dall’artista.

Spesso plasmate a mano, fuse in poliestere e rifinite con vernici opache, le sue sculture conservano un naturalismo formale reso insolito dall’assorbimento della luce da parte della vernice, che conferisce un carattere mistificante.

Elefant / Elephant assume le vestigia di favole di magnificenza, intelligenza, cattività, nonché di società matriarcali, alla base della struttura familiare di questa specie animale. Persino Venezia non è estranea all’iconografia degli elefanti: alla fine del XIX secolo, in un tempo di poco precedente l’organizzazione della prima Biennale, l’elefante “Toni” viveva proprio nel parco di Castello, conosciuto come il “prigioniero dei Giardini”.

Madeline Weisburg

DELCY MORELOS

1967, Colombia

Nel corso di trent’anni, Delcy Morelos ha sviluppato una pratica dinamica tramite mezzi come pittura, installazioni e scultura, in cui i materiali primari sono terra, argilla, tessuti, fibre e altri elementi naturali. Nel corso del tempo, i suoi dipinti utilizzano colori caldi rosso e arancio, per poi trasformarsi in grandi installazioni immersive fatte di terra.

Per la Biennale di Venezia ha realizzato un’installazione site specific. In Earthly Paradise (2022), masse di terreno si innalzano al di sopra del piano di calpestio e circondano il corpo dello spettatore.

I visitatori possono avvertire l’odore della terra misto a fieno, farina di manioca, polvere di cacao e spezie come chiodi di garofano e cannella, e al tempo stesso percepire l’umidità, la temperatura, la consistenza e l’oscurità di questa materia.

Benché questa installazione evochi l’estetica minimalista di opere quali New York Earth Room (1977) di Walter De Maria, l’utilizzo della terra da parte di Morelos si rifà alle cosmologie andine e amazzoniche e trasmette l’idea che la natura non è qualcosa di inerte, che possiamo utilizzare e controllare a nostro piacimento da una posizione esterna e privilegiata, ma che noi stessi siamo esseri terreni.

A mano a mano che la terra penetra e influenza il nostro corpo e i nostri sensi, il nostro divenire umano assume una nuova forma: ci rendiamo conto di diventare sempre più humus, come la stessa etimologia latina della parola “umano” ci ricorda.

Manuela Hansen

TAU LEWIS

1993, Canada

Tau Lewis trasforma tessuti e artefatti di recupero in talismani immaginari ed esseri magici che popolano mondi fantascientifici. Evocando le opere delle trapuntatrici di Gee’s Bend, i quilt di Faith Ringgold, gli assemblage di Betye Saar, e le oniriche “casette” di Beverly Buchanan, l’artista crea dei monumenti sovversivi, rendendo omaggio alle filosofie dell’ingegnosità materica come un gesto rappresentativo delle comunità diasporiche. Attivando la malleabilità ideologica dei tessuti e la loro storica associazione alla manodopera femminile, Lewis azzera lo spazio tra la sfera artistica e quella politica, soprattutto tra le pratiche tradizionalmente descritte come artigianato, ritualità o arte.

L’artista mette i tessuti e la realizzazione manuale al centro di una ricerca su identità, corpo e natura. I suoi corpi di fantasia sembrano nascere da un giardino artigianale e diventare contenitori protettivi in opposizione al mito secondo cui non può esistere una relazione di cura e guarigione tra il corpo nero e il paesaggio.

Con la sua nuova serie, Divine Giants Tribunal (2021), l’artista presenta maschere gigantesche di 3 metri di altezza. Cuciti a mano con ritagli di tessuto, di pelliccia e di pelle, questi volti monumentali stabiliscono una discendenza materiale non solo con il lavoro precedente di Lewis ma anche con la simbologia e gli oggetti mitici. Ispirandosi alle maschere Yoruba e agli scritti del drammaturgo nigeriano Wole Soyinka, Lewis mette in scena le mitologie mistiche radicate in queste maschere.

Madeline Weisburg

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INFO PER LA VISITA

I biglietti per la Biennale di Venezia sono acquistabili SOLO ONLINE. C’è un info Point di aiuto all’acquisto ai giardini.

Il costo del biglietto intero è di 25€ e vale 1 ingresso all’arsenale e 1 ingresso ai giardini anche in giorni diversi. Numerose sono le riduzioni (over 65, under 26, gruppi …)

Orari della Biennale di Venezia (aperta fino al 27 novembre 2022)

  • Dal 23 aprile al 25 settembre, ore 11 – 19;
  • dal 27 settembre al 27 novembre, ore 10 – 18;
  • solo sede Arsenale, fino al 25 settembre: venerdì e sabato apertura prolungata fino alle ore 20 (ultimo ingresso: 19.45).

Chiuso il lunedì

Ma trovate tutte le info a riguardo direttamente sul sito della biennale

Accessibilità e servizi

La Biennale di Venezia ha una buona accessibilità per sedie a rotelle e passeggini con presenza di rampe e ascensori.

Nelle sedi espositive è previsto un servizio di trasporto di cortesia con auto elettriche per i visitatori con ridotte capacità motorie.

Arrivando dalle Rive anche i ponti di Venezia consentono il passaggio grazie a delle passerelle (cosa che non è presente nei ponti delle calle interne).

Sono disponibili percorsi dedicati a un pubblico ipovedente o non vedente, con focus su aspetti linguistici e di contenuto.

Sono disponibili percorsi dedicati alla comunità Sorda, con possibilità di svolgere attività educational in lingua dei segni italiana (LIS).

All’interno sono presenti bagni, bar e ristoranti in entrambe le sedi.

Le fermate del Vaporetto sono Arsenale e Giardini.

Qui potete scaricare la Brochure della Biennale di Venezia.