La tata invisibile che ha riscritto la street photography
Vivian Maier è uno dei casi più affascinanti della storia della fotografia. Per tutta la vita ha fotografato il mondo attorno a sé – bambini, vecchiette, senzatetto, vetrine, scorci urbani, autoritratti riflessi – senza mai mostrare il suo lavoro a nessuno. È stata una fotografa incredibilmente prolifica, dotata di uno sguardo acuto, tenero e ironico sulla vita quotidiana, ma ha lasciato oltre 150.000 negativi completamente nascosti. Il suo nome, fino al 2007, era sconosciuto.
Eppure oggi, Vivian Maier è considerata una delle grandi voci della street photography del Novecento, accanto a Henri Cartier-Bresson e Diane Arbus. Un talento puro, che ha fotografato per amore, per necessità, forse anche per sopravvivenza.
Nata a New York nel 1926 da madre francese e padre austriaco, Vivian cresce tra gli Stati Uniti e la Francia. Da adulta torna a New York, e poi si trasferisce a Chicago dove lavora per decenni come tata e bambinaia, vivendo una vita appartata, ai margini della società.
Con sé porta sempre una Rolleiflex, la sua inseparabile macchina fotografica a medio formato. Non è interessata alla fama, né all’editoria, né al denaro. Scatta per sé stessa, in silenzio, mentre cammina, osserva, riflette. La fotografia è il suo diario segreto, il suo linguaggio, la sua terapia.
Dopo la sua morte nel 2009, le sue pellicole non sviluppate – acquistate casualmente all’asta da John Maloof – rivelano un tesoro fotografico di portata mondiale.
Le immagini di Vivian Maier colpiscono per la loro intensità emotiva, la composizione impeccabile e la capacità di cogliere l’istante. I suoi soggetti sono spesso persone comuni: donne con la spesa, bambini che giocano, anziani, venditori ambulanti, passanti colti in un’espressione malinconica, buffa o tragica. Tutto sembra casuale, ma nulla è banale.
Il suo stile ricorda il realismo poetico del cinema francese, o il neorealismo italiano: una narrazione urbana senza retorica, fatta di dettagli e verità silenziose. Non c’è mai giudizio, solo uno sguardo curioso, empatico, intelligente.
Vivian ha anche esplorato con originalità il tema dell’autorappresentazione: i suoi autoritratti riflessi in vetrine, specchi, pozzanghere e vetri appannati sono straordinari per modernità e introspezione. Sono studi sulla presenza e sull’assenza.
Oggi, parte del suo archivio è gestito dal Maloof Collection, che ne ha curato mostre, pubblicazioni e un acclamato documentario:
Finding Vivian Maier (2013), nominato all’Oscar, racconta la sua vita misteriosa e il valore universale del suo lavoro.
Vivian Maier è l’emblema dell’artista puro: non cerca riconoscimento, ma comprensione. I suoi scatti sono una dichiarazione d’amore per l’umanità più umile, per le esistenze anonime che costellano la nostra realtà urbana. Fotografava per esistere e per non scomparire, per dire “io c’ero”, anche se nessuno la vedeva.
Oggi, grazie al suo immenso archivio e alla potenza narrativa delle sue immagini, Vivian non è più invisibile. E il suo sguardo resta con noi: discreto, delicato, profondo.